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Da San Giovanni a Reggio Emilia: SCuP occupa la sede di UNIECO

Occupata la sede della società che, secondo la ricostruzione di SCuP, è la reale proprietaria dell’immobile di via Nola. “Venerdì 9 maggio rischiamo nuovamente lo sgombero”

Ancora un accesso dell’ufficiale giudiziario. Ed ancora una volta il timore di venire nuovamente sgomberati. Un’opzione che gli attivisti di SCuP non intendono accettare e che ha motivato l’occupazione odierna della sede di UNIECO a Reggio Emilia. 

LA PROPRIETA' DELLO STABILE - “Unieco s.r.l è la vera proprietaria dello stabile di via Nola 5, stabile originariamente del Ministero dei trasporti, che nel 2004 il Governo Berlusconi ha privatizzato conferendolo in un fondo immobiliare, il FIP – ricostruisce un dossier elaborato da SCuP -  L'UNIECO ha acquistato via Nola 5 dal fondo immobiliare, ad un terzo del suo valore, tramite un prestanome, la società  Immobiliare F&F, società inattiva senza dipendenti, di proprietà di due anziani signori". 

LA SPECULAZIONE IMMOBILIARE - Fatte queste premesse, le continue richieste di sgombero, sembrano muoversi in una sola direzione. "Si tratta di una mera operazione immobiliare speculativa, che contraddice i valori a cui Unieco dice di ispirarsi. Si tratta di una delle operazioni oscure e in contraddizione con i valori del mutualismo che ha compiuto Unieco, come è descritto nel dossier che abbiamo realizzato. Si pensi ai legami tra Unieco e Maurizio Luraghi, condannato per associazione mafiosa i n quanto legato alla ‘ndrina Barbaro-Papalia”leggiamo in una nota diramata dagli attivisti di SCuP.

IL WELFARE DAL BASSO - Da una parte un gigante, nato da 15 muratori all’inizio del secolo scorso. Dall’altra una realtà che lotta con i denti per “ricostruire un welfare che non c’è più". Allo SCuP infatti  si offrono servizi, peraltro a costi popolari, di cui il territorio risulta carente. Servizi come palestre, aula studio, ludoteca. Ed ancora corsi di lingua e d'italiano per stranieri, spazio per seminari, web radio, mercati di produttori ed artigiani. "ci chiamano bamboccioni o generazione perduta. Ma noi non ci rassegniamo a sfuggire all’estero o vivere di precarietà”.

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